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A oggi i vaccini contro il Covid-19 che sono stati autorizzati dall'Agenzia europea per i medicinali (l'Ema) e dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sono tre: il primo ad arrivare è stato Comirnaty, meglio noto come il vaccino di Pfizer-BioNTech, poi è stata approvata la formulazione messa a punto da Moderna e infine ha avuto il via libera il vaccino targato AstraZeneca e sviluppato dall'università di Oxford. Un quarto vaccino è però in arrivo: presumibilmente già a partire dalle prossime settimane completerà l’iter per l'autorizzazione anche quello prodotto dalla casa farmaceutica Janssen, che fa capo al gruppo Johnson & Johnson (J&J). Negli Stati Uniti l'approvazione da parte della Fda (il corrispondente della nostra Ema) è arrivata il 26 febbraio, mentre per l'Europa è attesa forse già entro marzo.

Ha senso stilare una classifica dei vaccini?

Oltre alla caratteristica comune di essere sicuri ed efficaci contro il Covid-19 (altrimenti non sarebbero stati approvati), i quattro vaccini a oggi nel menù internazionale presentano alcune differenze, e spesso il messaggio che rischia di passare è che se ne voglia fare una graduatoria, come fossero in competizione o esistessero vaccini di serie A e altri di serie B. La domanda allora sorge spontanea: è davvero ragionevole disquisire e dibattere per identificare se ci sia un vaccino migliore degli altri, e quale sia?

Come ha spiegato a Meteo.it Paolo Bonanni, docente di igiene generale e applicata all’università di Firenze, la risposta breve a questa domanda è no. "L’elemento più importante è la copertura vaccinale raggiunta nella popolazione", ha chiarito. "Spesso si enfatizza la differenza di efficacia tra AstraZeneca, che secondo l'ultima pubblicazione sulla rivista Lancet è dell'82%, se le due dosi sono distanziate di 12 settimane, e i vaccini Pfizer e Moderna, che invece hanno un'efficacia prossima al 95%. Ma si dimentica di sottolineare che sono comunque tutti valori altissimi".

Peraltro, non di rado viene male interpretato anche il senso stesso di queste differenze di qualche punto percentuale. "In tutte le vaccinazioni, anche di altro genere come quelle antinfluenzali, la prevenzione garantita dal vaccino rispetto ai casi gravi o fatali è molto alta", continua Bonanni. "Più si va verso forme gravi della malattia e più l’efficacia del vaccino diventa prossima al 100% nel prevenire le complicanze e le ospedalizzazioni". Insomma, può accadere che un vaccino funzioni meno bene di altri per le forme le lievi della malattia, ma in questi casi semplicemente ci si ammala in forma non grave.

Il paradosso dell'efficacia

Oltre al fatto che le differenze di efficacia tra un vaccino e l'altro sono poco significative (e ancora oggetto di affinamento nelle valutazioni numeriche), il concentrarsi troppo su questo dato rischia di creare una distorsione. "Ha poco senso basare i confronti solo sull'efficacia", chiarisce Bonanni, "senza tenere contro di altri elementi come per esempio la durata della copertura, che è un elemento decisivo e che, giocoforza, è ancora oggetto di studi. Più che focalizzarci sui punteggi di ciascun vaccino, il concetto fondamentale è l'importanza di vaccinarci tutti il più presto possibile per poter uscire da questo momento di grandi difficoltà. Focalizzarci troppo sulle differenze tra i vaccini credo sia un errore di prospettiva. Dei dettagli dell'una e dell'altra formulazione ne riparleremo, con valutazioni fini, semmai quando saremo tutti già coperti con la prima campagna di vaccinazioni".

Al netto di alcuni elementi di incertezza che ancora restano, come l'efficacia nei confronti di alcune varianti del coronavirus Sars-Cov-2, non va perso di vista il quadro d'insieme. "I vaccini proteggono dalla malattia, e su questo abbiamo già i dati, poi ci sarà un certo grado di protezione anche dall’infezione", aggiunge Bonanni. Questa protezione potrebbe impattare a sua volta sul meccanismo di trasmissione del virus, riducendo di molto il contagio e portandoci verso l'immunità di gregge. "Se anche fosse solo una protezione dalla malattia, e quindi non potessimo davvero porre fine alla circolazione del virus, vaccinando tutti gli ultra-ottantenni, i pazienti con patologie croniche e quelli oncologici potremmo vivere più tranquilli". E conclude: "Avremmo molti meno decessi, molti meno ricoveri e molte meno persone in terapia intensiva. Insomma, anche se in circolazione il virus non farebbe più danni come prima".

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In cosa consistono le differenze?

Per organizzare in modo schematico le informazioni finora a disposizione, abbiamo raccolto qui le principali analogie e distinzioni tra un vaccino e l'altro. Differenze che non rappresentano una scala di valore, ma che caratterizzano l'una o l'altra formulazione in base a dosaggi, età per la somministrazione, piattaforma vaccinale utilizzata, reazioni avverse e conservazione.

Tipologia - I vaccini di Pfizer-BioNTech e di Modena sono molto simili e si basano entrambi su una nuova tecnologia a rna messaggero, sfruttando la capacità dell'rna stesso di codificare autonomamente la proteina virale per stimolare la risposta immunitaria. I vaccini prodotti da AstraZeneca e Johnson & Johnson, invece, utilizzano un metodo più tradizionale, ossia la tecnologia a vettore virale non replicativo, già utilizzato in passato per molti altri vaccini.

Dosi necessarie - Tutti i tre vaccini finora approvati per l'Europa necessitano della somministrazione di due dosi per garantire una maggiore efficacia e una completa risposta immunologica. Quello che cambia è il tempo che intercorre tra la prima e la seconda dose: per Pfizer almeno 3 settimane, per Moderna almeno 4 settimane, per AstraZeneca almeno 12 settimane.
Il vaccino prodotto da Johnson & Johnson, se verrà approvato in Europa con le stesse modalità degli Stati Uniti (è molto probabile) ha la comodità non trascurabile da richiedere la somministrazione di una sola dose.

Età - Al momento bambini e ragazzi non sono inclusi nel programma vaccinale, dato che nessuna delle tre formulazioni in commercio è raccomandata per loro. In particolare, il vaccino di Pfizer-BioNTech è autorizzato per le persone di età superiore o uguale ai 16 anni, mentre Moderna, AstraZeneca e (probabilmente) Johnson & Johnson solo per i maggiorenni. L’unico che presentava dei limiti per gli anziani era quello di AstraZeneca, ma proprio negli ultimi giorni è stato rimosso il vecchio vincolo per gli over 65, estendendo l'autorizzazione a tutti gli over 18.

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Inizio dell'efficacia - Al di là dei numeri già discussi sulle percentuali di efficacia, occorre anzitutto chiarire che per tutti i vaccini la protezione non è immediata subito dopo la somministrazione, ma occorre aspettare qualche giorno per garantire che si raggiunga la massima efficacia del farmaco. Per ciò che riguarda Pfizer, dai test clinici emerge che la protezione massima si sviluppa solamente dopo 7 giorni dalla seconda dose. Moderna richiede un tempo per sviluppare l’immunità di 14 giorni dalla seconda dose, e come noto differisce di una frazione di punto percentuale appena rispetto a Pfizer. Per quanto riguarda AstraZeneca, invece, la protezione inizia più precocemente, circa 3 settimane dopo la somministrazione della prima dose.

Durata dell'immunità - Molti studi sono attualmente in corso per poter dare una risposta certa su questo punto, che è di fondamentale importanza per il prossimo futuro. Visto che la pandemia è iniziata da poco più di un anno e i vaccini sono disponibili da pochi mesi, è difficile fare previsioni a medio e lungo termine. Con i dati a oggi a disposizione, si può ipotizzare che la copertura per Pfizer-BioNTech e per Moderna sia di almeno 9-12 mesi dalla seconda dose. Per AstraZeneca le informazioni a disposizione sono meno, di conseguenza sappiamo solo che l’immunità permane per almeno 2 mesi, anche si spera che si riveli ben più duratura. Ancora più inconsistenti sono i dati a proposito della formulazione Johnson & Johnson, per cui occorre attendere i nuovi studi.

Reazioni avverse - I più frequenti effetti collaterali derivanti dalla somministrazione dei vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna sono quasi sempre di lieve entità: gonfiore nel sito di iniezione, dolori muscolari e articolari, stanchezza, mal di testa. In generale tutti questi effetti sono più frequenti dopo la somministrazione della seconda dose. Con un’incidenza molto minore (inferiore a 1 persona su 100) si può verificare un ingrossamento dei linfonodi, e solamente in qualche raro caso si sono riscontrate reazioni allergiche gravi. Per quanto riguarda AstraZeneca, anche se spesso si è parlato di una maggiore frequenza di reazioni avverse, le analisi oggi a disposizione mostrano che si tratta comunque di effetti quasi sempre lievi o moderati. Magari fastidiosi, ma di breve durata, non pericolosi e che si risolvono da sé in qualche ora o in qualche giorno. Soltanto con un’incidenza inferiore all’1% si sono riscontrati casi più severi come la manifestazioni di eruzione cutanee, prurito, ingrossamento linfonodi e riduzione dell'appetito. Le reazioni allergiche gravi, in tutti i casi, si sono dimostrate ancora più rare, limitandosi a eventi eccezionali.

Conservazione - Il vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech è da mantenere e trasportare a temperature molto basse, tra i -90°C e i -60°C. I vaccini di Moderna e AstraZeneca hanno una conservazione più semplice, a una temperatura compresa tra -25°C e -15°C nel primo caso e tra 2°C e 8°C nel secondo. Ulteriori differenze riguardano poi i tempi di conservazione in frigorifero e la resistenza delle dosi a temperatura ambiente, ma è la fase di trasporto quella che più fa la differenza dal punto di vista della logistica. Per quanto riguarda il vaccino Johnson & Johnson, infine, non sono emersi particolari problemi di conservazione: il preparato mantiene la sua stabilità per 3 mesi se conservato a una temperatura compresa tra 2°C e 8°C, e addirittura per 2 anni se rimane a -20°C.