(foto: Piqsels)

Tra i prodotti alimentari a rischio a causa dell'inquinamento e del cambiamento climatico c'è anche la birra. Pur non essendo un bene di prima necessità, sono tanti gli appassionati in tutto il mondo di questa bevanda fermentata, tipicamente a base di orzo e luppolo, che potrebbero assaporare ben presto che gusto ha il riscaldamento globale.

Proprio le materie prime da cui parte la produzione, infatti, rischiano di risentire direttamente degli effetti del cambiamento climatico, tanto da rendere sempre più complessa la filiera che porta al prodotto finale. Nel caso continuino ad aumentare la siccità e le ondate anomale di calore, saremo costretti ben presto a bere birre di peggiore qualità rispetto a quelle del passato, e del presente, e soprattutto anche più costose.

Un'agricoltura già parzialmente in ginocchio

Negli ultimi anni sempre più minacce stanno mettendo in crisi il settore agricolo, causando danni ai raccolti e di conseguenza alle economie locali, regionali e nazionali. Dai dati raccolti dalla Fao emerge che il numero di calamità e disastri naturali è triplicato rispetto agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il principale responsabile della perdita di produzione agricola è la scarsità d'acqua, che da sola causa al settore una perdita di 37 miliardi di dollari l'anno, pari circa al 34% della flessione complessiva. Tra gli altri problemi collegati al riscaldamento globale e all'inquinamento ci sono poi le sempre più frequenti inondazioni, gli incendi boschivi e gli eventi meteorologici intensi ed estremi, che rendono molto complicata la salvaguardia dei raccolti.

Ma non si tratta solo di danni economici: le conseguenze infatti si manifestano anche in termini di sicurezza alimentare e di qualità dell’alimentazione. Il problema non riguarda in maniera omogenea tutti i paesi del mondo, e i danni peggiori finora si sono riscontrati nei paesi dell'America Latina e nei Caraibi. In prospettiva, però, le aree interessate saranno sempre più vaste.

(foto: Markus Spiske/Unsplash)

La crisi del raccolto, il destino di orzo e luppolo

I fenomeni meteorologici estremi e il riscaldamento globale hanno effetti sulle produzioni del settore agricolo e, come è facile intuire, anche sulle materie prime da cui si origina la birra. Basta una giornata più calda del solito, una primavera anticipata o fenomeni meteo improvvisi per creare danni irreparabili a raccolti così delicati.

Sono soprattutto le piante più giovani a subire il deterioramento maggiore, e quindi a determinare perdite più gravi in termini di produttività e qualità. In particolare, pare che il profilo aromatico del luppolo fatichi a svilupparsi in maniera corretta proprio per colpa dell’aumento delle temperature e per i più frequenti fenomeni di piovosità abbondante. Quindi, da un lato ci sarà una riduzione della quantità di luppolo prodotto, e dall’altro una variazione delle proprietà biochimiche del raccolto.

(foto: KaiPilger/Pixabay)

Pure l’orzo è molto danneggiato dal caldo anticipato: si stima una resa dei semi fino al 95% inferiore in caso di cambi di stagione repentini.

Più costosa e meno buona

Ma cosa cambia, nella pratica, dal punto di vista dei consumatori? Sia chiaro, non siamo a rischio di trovare gli scaffali della birra al supermercato già vuoti tra qualche mese. Però, in caso i cambiamenti climatici proseguano con il trend attuale, vedremo via via una riduzione delle materie prime da cui deriva la birra, con conseguente aumento dei prezzi, a partire probabilmente dai paesi dove il consumo di birra è più elevato. Negli anni con condizioni climatiche sfavorevoli si stima che il prezzo della birra potrebbe addirittura raddoppiare, divenendo di fatto simile a un bene di lusso.

Ma oltre al danno c'è la beffa: come anticipato, saremo costretti a pagare di più un prodotto di qualità inferiore e meno gustoso, proprio per la perdita di quelle sfumature di sapore e di aroma che affascinano gli amanti della birra.

(foto: Alexas Fotos/Pixabay)

Una birra speciale (ma non in senso positivo)

Spesso, quando si parla di danni al settore agricolo derivanti dall’inquinamento, si fa riferimento ai beni di prima necessità come grano, riso, mais e ortaggi. Ma per sensibilizzare le persone su un tema così delicato - e per il quale occorre agire in fretta - può essere una soluzione anche il fare leva su prodotti e bisogni meno essenziali.

Un caso concreto di iniziativa con una grande forza comunicativa è quella del birrificio statunitense New Belgium Brewing, che ha prodotto una birra a tiratura limitata al gusto di riscaldamento globale chiamata Torched Earth (Terra bruciata). Questa bevanda fermentata, in pratica, ha di proposito un cattivo gusto perché è prodotta con materie prime di bassa qualità e una sorta di acqua affumicata, ossia le risorse che avremo a disposizione tra qualche anno a causa degli stravolgimenti climatici.

(foto: Unsplash)

Il risultato è terribile: una bevanda scura, amidosa e con un retrogusto affumicato che non ha nulla a che vedere con il gusto della birra che conosciamo.
Lo scopo, naturalmente, non era di fare un prodotto innovativo o accattivante, ma semplicemente dare un monito, un segnale forte di quello a cui stiamo andando incontro, con la speranza che gli amanti della birra si muovano e contribuiscano alla mitigazione di un problema molto più ampio.